Intelligenza artificiale: Matrix può attendere (almeno per ora)

Nelle ultime settimane, le bacheche di Linkedin e Facebook si sono riempite di pubblicazioni che celebrano i progressi compiuti dall’intelligenza artificiale applicata al linguaggio e alle arti visive. Trasudano ammirazione, ma fanno emergere molti interrogativi sull’impatto che questi sistemi avranno nel mondo del lavoro e dell’impresa. 

Post che riportano tra virgolette brani di stampo manzoniano a cui si aggiunge immancabile la frase: visto che roba? L’ha scritto ChatGPT! È la fine dei copywriter.  

Gallery di immagini che rappresentano icone, layout di applicazioni mobile, infografiche, ritratti di uno stesso soggetto (generalmente poco attraente) in stili pittorici diversi. A cui si aggiunge immancabile la frase: Visto che roba? L’ha fatto DALL.E / Midjourney / completare a piacere. Artisti e designer sono spacciati. 

L’Intelligenza artificiale ci ruberà il lavoro?

I traduttori leggono e tacciono. Loro, questi commenti li hanno già sentiti con la diffusione dei software di traduzione automatica che sfruttano l’intelligenza artificiale, come l’ormai celebre DEEPL. Tacciono anche i SEO manager, perché è inutile ottimizzare un contenuto digitale per il posizionamento su Google se poi le persone compiono le ricerche su ChatGPT. A Mountain View lo sanno bene e non nascondono una certa preoccupazione. Certo, l’ universo di Google negli anni si è espanso e oggi comprende molti prodotti e servizi, ma il core business rimane comunque il motore di ricerca. Business Insider riporta che secondo i dai rilevati da Bloomberg, l’81% delle entrate di Alphabet nel 2021 proveniva dalla pubblicità pay-per-clic su Google; parla di circa 208 miliardi di dollari, cifra che si fa fatica a immaginare con tutti gli “0” in fila. 

Ci sarà davvero di che preoccuparsi? Perderemo tutti il lavoro a causa di AI? Ci aspetta la Matrix?

Prima di correre nel cassetto delle medicine a vedere quante pillole rosse e pillole blu sono rimaste, proviamo a riflettere. Sui social si parla quasi soltanto di quegli ambiti applicativi che mettono l’intelligenza artificiale in competizione con gli esseri umani: creatività, scrittura, traduzione, persino composizione musicale e programmazione. In questi casi, è normale sentirsi punti sul vivo e magari reagire con una condivisione, un like o un commento, alimentando il volano della visibilità social.  

I programmi di intelligenza artificiale e i processi aziendali: dagli ERP all’automation marketing

Tuttavia, gli ambiti in cui l’AI può dare il meglio di sé, non sono questi. Sono ambiti decisamente più noiosi e meno adatti a viralizzarsi su Facebook, ma in cui l’ingresso dell’intelligenza artificiale può davvero rappresentare una rivoluzione: la gestione di processi complessi e i Big Data. Due punti strettamente collegati tra loro. 

Pensiamo agli impianti produttivi di una grande azienda. Molto probabilmente sono già monitorati da sistemi ERP, che sta per enterprise resource planning, ovvero software nati per aiutare le imprese a gestire i processi aziendali e ottenere prestazioni ottimali (tra i leader del settore, Oracle e SAP). 

Il ruolo degli ERP è fondamentale: tracciano gli avviamenti, le pause, i cambi turno, i blocchi, gli scarti, le prestazioni energetiche, i prodotti realizzati al minuto, all’ora, al giorno, gli ordini evasi e quelli in lavorazione, le giacenze a magazzino, e molto, molto altro. Ora, immaginate che questa grande azienda non abbia un solo impianto produttivo, ma diversi stabilimenti sparsi per l’Europa. Tutti da monitorare. Tutti tracciati da sistemi ERP. Un’enorme quantità di dati che l’azienda deve essere in grado di leggere velocemente e senza errori di interpretazione, per poter prendere rapidamente decisioni in grado di migliorare continuamente i processi e rilevare per tempo eventuali rischi. Il potenziamento degli ERP tramite l’intelligenza artificiale non solo rende questi sistemi ancora più efficienti e veloci, ma consente una migliore interazione uomo/macchina che rende più semplice prendere decisioni basate sui dati. 

Ed è proprio questo il motivo principale per cui OpenAI, l’azienda che produce ChatGPT, ha generosamente distribuito il suo gioiello al pubblico senza chiedere un centesimo. Perché testandolo, anche solo per curiosità, sottoponiamo il software a un eccezionale “allenamento” (o machine learning) di cui la macchina ha bisogno per “umanizzarsi” il più possibile e dialogare con noi. Questo ovviamente non vale solo per le aziende produttive, ma per tutte quelle organizzazioni basate su sistemi complessi che producono enormi quantità di dati: a cominciare da assicurazioni, banche, sanità pubblica e privata.  

L’intelligenza artificiale può anche trovare applicazioni più circoscritte in ambito aziendale, ma comunque fondamentali: ad esempio, il marketing e le vendite, attraverso un potenziamento dei software dedicati ai sales e delle piattaforme di automation marketing (come Hubspot, per citare uno dei più famosi). Un tema a noi molto caro e a cui dedicheremo il prossimo postblog.  

Verso il futuro, sottobraccio ad A.I.

La nostra scommessa? Passato l’effetto-meraviglia dei primi tempi, gli umani torneranno a fare gli umani e i software a fare i software. Però forse sapranno lavorare meglio insieme. 

ChatGPT non scriverà su questo blog al posto nostro. Ma forse potrebbe scrivere le centinaia e centinaia di descrizioni di prodotti quasi uguali di un e-commerce che vende imballaggi in plastica, liberando gli “umani” da un lavoro ingrato e consentendogli di utilizzare il loro tempo in modo più produttivo (anche se i prodotti sono praticamente identici, le descrizioni non possono esserlo altrettanto, anche perché Google penalizza i contenuti duplicati). 

L’unico vero rischio con questa tecnologia (come con tutte, del resto…) è l’utilizzo improprio che possiamo farne, delegandole compiti e responsabilità che non le sono proprie. Ad esempio, utilizzandola per dare risposte al pubblico a domande di tipo medico, farmaceutico o legale. Ma anche, semplicemente, facendole produrre enormi quantità di contenuti testuali solo allo scopo di rimpinzare qualche blog generalista in poco tempo, con pesanti ricadute sulla qualità dei contenuti. La quantità e la frequenza di pubblicazione giocano un ruolo chiave nell’ottenere visibilità organica; ma è la qualità a fare la differenza, anche economicamente: chi legge i contenuti di un sito informativo, clicca sui banner pubblicitari e compie acquisti è per forza un essere umano.  

Almeno, per ora. Finché qualcuno non penserà di aprire ad AI un bel conto in Bitcoin. A quel punto, forse, ci sarà davvero da preoccuparsi. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *